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Lo sguardo ed il tempo
I dipinti di antenati, cui Enzo Pavia riserva da tempo una meticolosa e meritata attenzione, costituiscono un momento del tutto particolare dell’arte cinese.
In realtà i Cinesi non avevano mai avuto una grande simpatia per il ritratto – perlomeno per il ritratto frontale, dove la figura umana occupa gran parte dell’inquadratura, quello insomma cui Van Eyck e la scuola olandese ci hanno abituato. Preferivano raffigurare l’intellettuale confuciano a passeggio per monti, o sul limitare di cascate, intento a suonare il liuto, in compagnia di un amico, un servo, o il necessario per dipingere. Meglio se a fianco di una buona tazza di tè. In ogni caso, soverchiato indiscutibilmente dall’affermazione della natura, maestosa rispetto alla piccolezza dell’uomo.
Il fiorire di ritratti così spudoratamente frontali non può coincidere che con una poderosa trasformazione dell’estetica, e quindi della società.
Trasformazione alla luce di quali fattori?
Innanzitutto, proprio il contatto con l’Occidente: la presenza in Cina di Giuseppe Castiglione, insigne gesuita alla corte di Kangxi e Yongzhen, a cavallo fra Seicento e Settecento, propone la tecnica a olio e la visione occidentale allo sguardo incuriosito dei pittori accademici.
Nel corso del diciannovesimo secolo, la circolazione dei primi dagherròtipi incrina ulteriormente la visone tradizionale cinese della realtà.
Ma ancora prima di queste innovazioni per così dire tecnologiche, nuove esigenze dell’animo si profilavano all’orizzonte: gli avvicendamenti dinastici del diciassettesimo secolo lasciano emergere una nuova classe medio- ed alto-borghese, più sicura di sé, meno rinchiusa nei propri dogmi morali, più curiosa, più aperta verso la vita e alla sua rappresentazione, ancora più aggressiva da un punto di vista mercantile. La famiglia tiene a mettere per immagini le radici della propria potenza, eternando sulla seta o sulla carta, in alcuni casi persino sulla stoffa, l’effigie degli antenati. Il ritratto prende così ad obbedire a una volontà di rappresentazione che ricorda più le esigenze dei magnati olandesi del Quattrocento (pensate a I coniugi Arnolfini, proprio di Van Eyck, 1434) piuttosto che la tradizionale discrezione dell’intellettuale confuciano.
Si tratta di una nuova arte per nuova classe.
Trascorrendo rapidamente con lo sguardo l’affresco delle immagini che si affastellano nella memoria, i ritratti proposti da Enzo Pavia mi fanno tornare alla mente – oltre all’esperienza olandese - un altro momento folgorante per la storia dell’arte: la scultura ritrattistica romana. Nei corpi ben bilanciati di questi dipinti possiamo riscontare proprio la stessa fierezza, la stessa autocoscienza della continuità generazionale, che spinse gli aristocratici romani a commissionare nella creta, nel marmo, nel bronzo i busti degli antenati, la cui sfilata oggi possiamo attardarci ad ammirare – tra i tanti - al Museo Nazionale Romano.
I ritratti della collezione Pavia possono cogliere l’intimità di una coppia, oppure abbracciare intere generazioni, ora serrate in ranghi quasi militari, ora rappresentate nelle loro oziose attività quotidiane con il pretesto spaziale – felicissimo! – di un cortile.
In un modo o nell’altro, questi alberi genealogici viventi cercano tenacemente di intrappolare il trascorrere del tempo, come se realizzassero l’istantanea degl’innumerevoli granelli di sabbia di una clessidra, o come se fermassero i frammenti di vetro in un caleidoscopio: “All’attimo direi: sei così bello, fermati”, pregava anche Faust (vv. 11581-82). Lo sguardo schietto e fiero dei capifamiglia, che ci guardano dritto negli occhi a secoli di distanza, invitano noi – come invitavano i primi destinatari, i discendenti - ad abbracciare con un colpo d’occhio - uno solo, maestoso – il fluire delle generazioni, e l’energia del loro avvicendarsi, per cogliere l’incessante ventaglio dell’esistenza - che è sempre tra i fini dell’Arte, sia essa d’Occidente o d’Oriente.
Sergio Basso
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